Chi sono? Domanda filosofica quante altre mai.
Mi attengo, come qui è opportuno, al lato empirico della
faccenda. Sono un saggista e un pubblicista. Scrivo molto (riesco
meglio che nel parlare) e, quasi sempre, su argomenti di mia
stretta competenza: la filosofia, la cultura politica, la politica
in senso proprio. Non faccio fatica, anche se qualcuno potrebbe
considerarlo pretestuoso e velleitario, a definirmi non uno
studioso di filosofia, ma proprio un filosofo. Credo infatti
che la filosofia non sia una disciplina come le altre, ma un
modo di guardare le cose del mondo, quindi un modo di essere
e di comportarsi nella vita (è anche una morale pertanto).
Non si può essere filosofi se non vivendo la filosofia,
in un proficuo e dialettico scambio fra la cosiddetta teoria
e la cosiddetta prassi. Vivere la filosofia significa, all’un
tempo, vivere filosoficamente.
Non riesco ad incasellare il mio pensiero/vita in nessuna casella
rigida. E, pur essendo leale nei rapporti umani, non so se essere
fedele se non a ciò che penso essere vero. Mi rendo conto
che, per questo mio essere, sono fatto in modo da scontentare
tutti: i cosiddetti filosofi sia perché dò molto
conto alla prassi e trovo estremamente filosofici molti uomini
pratici; i politologi e gli scienziati sociali n genere perché
sposto continuamente il loro discorso su un terreno speculativo;
gli uomini di destra perché credo nei valori del socialismo
liberale; quelli di sinistra perché credo che moralismo
e giustizialismo siano mali da combattere; molti cosiddetti
laici perché non credo tale un atteggiamento, che non
esito a chiamare laicismo, che vuole “rischiarare”
e guarire dalla superstizione religiosa in nome della Scienza,
del Progresso e della Ragione; i clericali perché li
giudico nemici della società aperta.
Ecco, se proprio devo definirmi con un termine, dico a chiare
lettere che sono un filosofo liberale. Anzi,
a dirla tutta, credo che la “vera” filosofia, quella
ragionata fino in fondo e portata alle estreme conseguenze,
coincida del tutto con il “vero” liberalismo. Il
che, ne sono conscio, è fatto per creare ancora una volta
non lievi incomprensioni fra le “maschere di gesso”,
cioè i conformisti del pensiero, chi piuttosto che con
la propria testa è portato a ragionare per automatismi
mentali: i filosofi credono di avere poco a che fare che non
una teoria o cultura politica particolare, per di più
con quella della “borghesia”; i liberali concepiscono
come “anomalo” o “inautentico” un liberalismo
poco scolastico (non da “commessi viaggiatori”)
come il mio. Si tratta di un liberalismo non fondazionista,
non normativo, non individualista, non giusnaturalista, non
mercatista (termine non mio che preferisco adottare al posto
di quello di liberismo, che è, per come io lo intendo,
un concetto con una sua dignità storica variamente incompresa).
Credo che il liberalismo debba essere oggi riportato, come si
diceva un tempo del marxismo, “all’altezza dei tempi”.
Esso, detto in altri termini, va riconciliato con (gli sviluppi
del) la filosofia, che non è più quella razionalista
fondata su un Soggetto forte del tempo in cui la dottrina nacque.
Questa nuova prospettiva, che ho cercato e cerco di sviluppare
nei miei scritti, io la chiamo liberalismo senza teoria.
Il liberalismo, inteso come teoria filosofica, è perciò,
oltre che l’ideale che mi ispira, anche uno dei centri
contenutistici della mia ricerca e riflessione. Un altro mio
tema è senza dubbio la laicità,
che, se correttamente reinterpretata e ridefinita (non siamo
più nell’Ottocento del Papa re, nonostante tutto!),
può costituire il metodo della possibile per quanto problematica
risoluzione dei conflitti che si presenteranno nella società
complessa del futuro e che secondo me si concentreranno da una
parte attorno ai problemi generati dall’incontro-scontro
fra le culture e le civiltà conseguenza della
mondializzazione in corso e dall’altra attorno
alla vasta tematica concernente quella che viene ormai correntemente
chiamata dagli studiosi biopolitica.
Un altro modo in cui mi si potrebbe definire, anzi in cui sono
stato definito, è filosofo post-crociano.
E ciò in un doppio senso: in quello, quasi banale, che
dalla morte di Benedetto Croce è già
passato più di mezzo secolo e altri sono i nostri problemi
(il che non è irrilevante, anzi è determinante,
per un pensiero storicista); nell’altro, più sostanziale,
che, pur considerando Croce il pensatore più vicino alle
mie corde o alla mia sensibilità e allo spirito che anima
la mia attività, lo interrogo e interpreto in maniera
autonoma e spesso lontana dal suo dettato. Sono, per dirla con
le sue stesse parole, un “discepolo non inerte”.
Il che, sempre a suo dire, è il modo più coerente
per essergli fedele.
Ci sono poi altri autori, filosofi in senso stretto ma anche
molto largo, che considero pietre miliari del mio universo mentale
e morale. Prima di tutti Isaiah Berlin e Hannah
Arendt. E poi: Wilhelm von Humboldt,
Gorge Wilhelm Friedrich Hegel, Alexis
deTocqueville, Piero Gobetti (che
leggo in chiave filosofica), Giovanni Gentile,
Luigi Scaravelli, Robin Gorge Collingwood
(la cui recente renaissance post-analitica in ambito anglosassone
si porta dietro di necessità la riscoperta del pensiero
del suo maestro Croce), Raymond Aron, un certo
Karl Popper (non quello che critica Hegel e
Platone, per intenderci), Mario Pannunzio (che,
pur non essendo propriamente un filosofo, la pensava quasi su
tutto come me), Norberto Bobbio (di cui apprezzo
soprattutto la fase finale di pensiero e che leggo come un teorico
delle virtù, di quelle laiche in particolare, piuttosto
che della democrazia o del socialismo). Non amo affatto Hayek
e, in genere la scuola dell’individualismo metodologico,
che giudico banale e teoricamente debole.
L’elenco dei miei “auttori”, per dirla con
Giambattista Vico, potrebbe contare a lungo. E, soprattutto,
potrebbe interessare anche autori antitetici al mio sentire
morale. Molte le considerazioni che andrebbero fatte, a tal
proposito, sul nostro rapporto con i Maestri, di cui si intessa
la vita non solo degli studi. Mi sia permesso autocitarmi: “Solo
un confronto serio con chi pensa in modo profondo i problemi
dandone un’interpretazione opposta alla nostra ci permette
di rafforzare ‘in positivo’ le nostre idee: detto
altrimenti, ci aiuta più chi la pensa diversamente da
noi, se ha spessore, che chi non fa che confermarci nelle nostre
convinzioni (la conoscenza non è un corpo morto di dottrine
possedute, ma è un insieme di idee che vanno ‘patite’
e vissute con un processo che coinvolge tutto noi stessi). Meglio
sbagliare ‘in grande’, da questo particolare punto
di vista, che avere ragione "in piccolo" (in Karl
Marx, Roma 2008).
Qualche rapidissimo cenno biografico su di me, infine. Mi sono
laureato in Filosofia Teoretica nel 1986 a Napoli con un geniale
e poco conosciuto pensatore crociano: Raffaello Franchini
(la mia tesi era sull’aspetto futuro-centrico della filosofia
della storia del marchese di Condorcet). Ho poi affinato la
vis speculativa, che è cosa che o si possiede o no e
non si può comprare al mercato, con un eccentrico e asociale
studioso livornese che la possedeva in sommo grado:
Luciano Dondoli. Stesso discorso vale per Roberto
Esposito, con il quale pure ho collaborato all’Istituto
Suor Orsola Benincasa per un paio di anni e che ritengo, indipendemente
dalla sua sensibilità che è diversa dalla mia,
una delle menti più acute oggi in circolazione. Sono
riuscito ad essere, forse immeritatamente, borsista in quella
fucina di classe dirigente riservata e nascosta, quasi al di
fuori del mondo, che è l’Istituto Italiano per
gli Studi Storici di Napoli. Ho avuto l’opportunità
di lavorare direttamente nella casa e nella biblioteca personale
di Benedetto Croce: con l’aiuto di Alda Croce,
la figlia del filosofo recentemente scomparsa, ho raccolto e
analizzato per un paio di anni il materiale scritto nel mondo
su di lui. Non ho mai intrapreso, vuoi per pigrizia vuoi perché
distratto da altro, la carriera accademica. La mia vita intellettuale
si è svolta fra giornali e periodici, Di riviste ne ho
subito fondata una a Napoli, CroceVia, che,
forse perché rispondeva ad una esigenza dei tempi, pur
facendo capo a giovani e illustri sconosciuti, assurse presto
a fama nazionale, con citazioni e articoli vari sui maggiori
quotidiani e periodici. Durò solo tre anni, dal 1993
al ’95, ma fu una palestra importante. Poi ho iniziato
un lungo periplo fra riviste varie, toccando, un po’ per
interesse un po’ per curiosità, le sponde anche
di due riviste che fanno da organo ai massimalisti e ai giustizialisti:
Critica liberale e MicroMega.
Nel 1996 iniziò poi l’intensa collaborazione, che
dura tuttora, alle pagine culturali de Il Mattino
di Napoli. Politicamente, il mio faro è stato sempre
Valerio Zanone. Mi sono illuso sulle virtù
libeal di Enrico Morando, aderendo all’Associazione
Libertà Eguale, e del quotidiano Il
Riformista, su cui ho scritto sin dai primi numeri;
ma, alla fine, mi sono momentaneamente acquietato nei tranquilli
e onesti lidi del socialismo liberale e democratico del giovane
vecchio ex comunista Emanuele Macaluso.
Ho vinto qualche Premio più o meno importante (ricordo
il I Premio Nazionale Benedetto Croce assegnatomi
dall’Istituto Italiano di Studi Crociani di Pescara e
Sulmona nel 1994.e la menzione speciale al Premio Procida
Elsa Morante nel 2006). Sono uno dei membri del comitato
scientifico della Fondazione Giuliano Gennaio
di Roma. Attualmente faccio parte delle redazioni delle riviste
Reset (a cui collaboro dalla fondazione), Le
nuove ragioni del socialismo (su cui sono titolare
della rubrica mensile Heri dicebamus), MondOperaio
e Filosofia e Questioni Pubbliche.
Sono autore e curatore di molti libri. Ricordo gli ultimi. Come
autore: Benedetto Croce. Il liberalismo
come concezione della vita (Rubbettino, 2005, con la
prefazione di Valerio Zanone); Karl Marx (Luiss
University Press, 2008, con la prefazione di Paolo Savona);
Profili riformisti (Rubbettino, 2009, con la
prefazione di Emanuele Macaluso). Come curatore: Manifesto
laico (con Enzo Marzo, Laterza, 1999); Bobbio
spiegato agli amici e ai nemici (Marsilio, 2003, con
la postfazione di Giuliano Amato); La libertà
e i suoi limiti. Antologia del pensiero liberale
da Filangieri a Bobbio (con Nadia Urbinati, Laterza,
2006).
Spero, presto o tardi, di portare a compimento il vasto progetto,
a cui sto lavorando da anni, di un volume sul liberalismo di
fronte alla crisi filosofica del concetto di individuo.
Roma, 31 gennaio 2010.
VENERDI’ 09 MARZO 2012 - Napoli
Vladimir Jankélévitch
Ore 17,00. Napoli, Istituto Italiano di Scienze Umane (SUM) – Palazzo Cavalcanti (Via Toledo, 348). Presentazione dei volumi di Vladimir Jankélévitch: Il non so-che e il quasi -niente e (con Béatrice Berlowitz) Da qualche parte nell'incompiuto, entrambi a cura di Enrica Lisciani Petrini (Einaudi). Relatori: Laura Bazzicalupo, Fabio Ciaramelli, Bruno Moroncini, e Vincenzo Vitello. Moderatore: Corrado Ocone
MERCOLEDI’ 29 FEBBRAIO 2012 - Roma
Dal postmoderno al realismo
Ore 18. Roma, Istituto Svizzero (Via Ludovisi, 48). Maurizio Ferraris si confronta con Emil Angehrn sul tema: “Dal postmoderno al realismo”. Moderatore: Corrado Ocone
GIOVEDI’ 23 FEBBRAIO 2012 - Napoli
Percorsi del liberalismo inglese contemporaneo: Minogue, Gray, Kukathas
Ore 17,00. Napoli, Sala delle Conferenze della Camera di Commercio, Via Sant’Aspreno, 2. Lezione alla Scuola 2012 di Liberalismo di Napoli – LXXIV. Organizzata dalla Fondazione Luigi Einaudi di Roma e dalla Fondazione Guido e Roberto Cortese di Napoli