Corrado Ocone
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Saggi e articoli
10 ottobre 2011
Fra natura e storia: l’eredità di Bobbio per il futuro del liberalismo. Una ipotesi di lavoro

Corrado Ocone - Lo Sguardo - (www.losguardo.net), n.7, 2011 (III)

In questo saggio proverò a ragionare, con riflessioni sparse che ancora attendono di essere sistemate in una visione compiuta, su una suggestione che, mi sembra, se adeguatamente sviluppata, possa aiutarci a comprendere meglio la figura di Norberto Bobbio, facendocela collocare in modo consono nella storia intellettuale e politico-culturale del nostro Paese. D’altronde, Bobbio stesso ha cercato, a un certo punto della sua vita e attività di pensiero, di riflettere su se stesso, cercando di dare un senso generale, complessivo, storicizzandola, a una traiettoria intellettuale che, iniziata prima della seconda guerra mondiale, si è chiusa agli albori del nuovo millennio, in pratica con la sua morte fisica (avvenuta nel 2004 a Torino, la città dove era nato novanticinque anni prima e ove era sempre vissuto). 
Questo processo di autocomprensione era iniziato prima dell’uscita, nel 1997, della sua Autobiografia, pubblicata da Laterza a cura di Alberto Papuzzi. Illuminanti, seppur parziali, squarci autobiografici, “prove” generali di un lavoro più vasto, sono sicuramente già i saggi raccolti in De senectute (1996), Anzi, nella breve e importante introduzione intitolata A me stesso, Bobbio aveva anche provato a periodizzare la sua attività, facendo coincidere il periodo successivo al 1979, anno in cui aveva lasciato l’insegnamento avendo compiuto i settanta anni, con la terza e ultima fase della sua vita: quella della “riflessione” e del “bilancio”. E non a caso, aggiungeva a dimostrazione della sua tesi, proprio a quell’ anno datava il primo degli scritti autobiografici raccolti nel volume che ora pubblicava. Prima di essa ce n’erano state, secondo il pensatore torinese, altre due: la prima, che egli definisce degli “anni di prova” e che va dal 1940 al 1948; la seconda, compresa appunto nel periodo fra il ’49 e il ’79, centrale in tutti i sensi, che è la “lunga trentennale monotona età della routine accademica”. 
Gianfranco Pasquino, che di Bobbio è stato allievo a Torino, in un importante e polemico saggio su Il culto di Bobbio, uscito su “La rivista dei libri” nel settembre 1997, contestò subito la periodizzazione  bobbiana, osservando che in realtà “le tre fasi si sovrappongono e, in qualche modo, si alimentano vicendevolmente”. In effetti, aggiunse Pasquino,
 “Bobbio è diventato quello che è, con tutta probabilità il più autorevole degli intellettuali italiani, perché ha avuto una vita ricca di interessi, densa di attività, piena di relazioni, proiettata al di fuori di quella che definisce la ‘routine accademica’ ” .
 Il che è senza dubbio incontestabile. Altrettanto vero è però a mio avviso, ed è qui il punto centrale del discorso che voglio fare, che in Bobbio, proprio nel periodo che egli chiama della “riflessione”, qualcosa effettivamente cambia. E non, sempre secondo me, ad un livello meramente esteriore. Cambia nel profondo e nella sostanza. E’ come se, dalle ceneri di quello che era stato il Bobbio precedente, uomo pubblico e intellettuale non monastico, oltre che illustre accademico certamente, emergesse gradualmente un altro e diverso Bobbio. Un Bobbio, sia beninteso, che non ha necessità di mettere in crisi o sconfessare il se stesso precedente, ma che nei fatti gradualmente integra e corregge in una visione dal respiro più ampio molte posizioni o idee fino allora sostenute, rendendole per ciò stesso meno statiche ma anche più universalmente umane. In estrema sintesi, si può dire che il passaggio che si consuma nel suo pensiero a un certo punto fa sì che, accanto alla dimensione empirica o “istituzionale” degli accadimenti politici, accanto e oltre l’attenzione per gli elementi procedurali della democrazia e in genere delle istituzioni, egli cominci a considerare con più attenzione anche la dimensione antropologica e psicologica degli stessi. Facendosi di conseguenza “moralista” nel preciso senso che individua nelle “forze morali” o umane la scaturigine prima o effettiva di quelle entità in lato senso politiche che, nel loro funzionamento, i suoi libri, con la proverbiale chiarezza e lucidità analitica, avevano contribuito a far comprendere a più generazioni di studenti e di studiosi.
 “Il fondamento di una buona repubblica –scrive in un significativo passo dell’Autobiografia-, prima ancora delle buone leggi, è la virtù dei cittadini. Sia ben chiaro, non avverso per principio la riforma della costituzione. Combatto l’illusione costituzionalistica seconda la quale, una volta cancellata la vecchia Costituzione e dato vita a una Costituzione nuova di zecca, gli italiani vivranno finalmente felici e contenti”. 
Ove il termine virtù, che ho sottolineato, sta a dimostrare il senso etico e morale, la nuova curvatura, che, oltre ogni positivismo avalutativo, il nostro dà ora alla sua riflessione sulla politica.
Ovviamente, questa “conversione” verso nuovi orizzonti, se non proprio “svolta” del suo pensiero, non è affatto indolore dal punto di vista della cultura politica, o meglio dell’idea che del liberalismo e della democrazia (di quella liberale e di quella non) Bobbio ha (indipendentemente dalle dispute un po’ scolastiche, che pure hanno tenuto impegnati gli interpreti, sul fatto se egli possa considerarsi un liberale o non piuttosto un democratico o ancora un socialista). Ma prima di accennare a queste conseguenze non irrilevanti, vorrei osservare che la vera e propria cartina di tornasole per comprendere il riposizionamento del suo pensiero, ce lo offre il mutato atteggiamento, e anche giudizio, che Bobbio, uomo del dubbio per eccellenza, sempre pronto a mettersi in discussione, comincia ad avere gradualmente nei confronti di Benedetto Croce. Non si tratta affatto dell’ammirazione, che in verità egli ha sempre avuto, per l’antifascismo morale del filosofo napoletano. O per la sua idea di filosofia legata ai fatti concreti e alla storia. Si tratta, anche in questo caso, di qualcosa di più sostanziale e significativo, sol che si consideri il fatto che Croce è stato un liberale non di maniera, e quindi un liberale vero, ammesso e non concesso che così sia possibile dire, gioco forza la pietra di paragone non solo del liberalismo italiano ma di un liberalismo storicistico e in senso lato non giusnaturalistico o metafisico che è proprio di molta parte della contemporaneità, a partire almeno da quella vera e propria “frattura epistemologica”, che in questo preciso e storicistico senso, rappresenta nella storia della dottrina il marchese de Tocqueville . Un liberalismo che, nelle intenzioni dei suoi esponenti maggiori, non è impegnato a costruire una compiuta teoria o dottrina (meno che mai procedurale) della libertà, ma prima di tutto a individuare e promuovere, con senso storico e del reale, e con la consapevolezza della complessità dialettica delle forze umane, quei sempre nuovi e non preventivabili (e non garantiti) spazi di libertà che l’agire concreto ci pone innanzi come possibili.
Dati i presupposti empiristici e la logica meccanicistica e naturalistica, hobbesiana, del suo pensiero (di qui l’Individuo-Sostanza, il Soggetto, di là lo Stato, a sua volta concepito in modo sostanzialistico, quasi un Super Individuo), non può meravigliare, anzi è preciso e lineare, il giudizio che Bobbio dà nel 1955 del pensiero crociano in un celebre passo di Politica e cultura Nell’opera, che, come in qualche modo le coeve Cronache di filosofia italiana di Eugenio Garin, è più in generale di confronto teoretico e politico con l’eredità del filosofo napoletano, appena scomparso (nel 1952 per la precisione), Bobbio quasi ammonisce:
“Chi volesse oggi capire il liberalismo non mi sentirei di mandarlo a scuola da Croce. Gli consiglierei piuttosto di leggere i vecchi monarcomaci e Locke e Montesquieu e Kant, il Federalist e Constant e Stuart Mill. In Italia più Cattaneo che non gli hegeliani napoletani, compreso Silvio Spaventa; e gli metterei in mano più il Buongoverno di Einaudi che non la Storia come pensiero e come azione (che pur fu il librio certamente più importante dei movimenti di opposizione). Oppure, sì, gli direi di andare a scuola da Croce, ma non dal Croce filosofo della politica, ma da quel Croce che non si stancò mai dall’insegnare che il filosofo puro è un perdigiorno e che la filosofia non nascente dal gusto e dallo studio dei problemi concreti è vaniloquio se non addirittura sproloquio”
Eppure, passato svariato tempo, precisamente nel 1991, Bobbio cambia idea e scrive che Croce è non solo uno dei suoi dieci autori di riferimento, come aveva già affermato qualche anno prima , ma di tutti quello “cui ho dedicato il maggior numero di scritti e con maggiore continuità”. E aggiunge che Croce è stato, soprattutto, un grande moralista. E come tale va letto e giudicato. “Questo è stato sopra ogni altro il ‘mio’ Croce”.  Quel Croce che credeva, 
“per intima convinzione che in ultima istanza siano le forze morali che guidano la storia: sono le forze che in diverse guise e in diverse circostanze, e quindi anche con diversi nessi secondo le occasioni, promuovono la libertà” .
E, per rinforzare ancora di più il suo assunto, non è un caso che, come osserva Michelangelo Bovero, egli riporti in conclusione del suo saggio la crociana definizione della libertà che si trova nella Storia come pensiero e come azione:
la libertà non può vivere diversamente da come è vissuta e vivrà sempre nella storia, vita pericolosa e combattente”.
Dobbiamo allora chiederci: è accaduto qualcosa in Bobbio fra il 1955 e il 1991? Come può quel filosofo, al quale un tempo venivano contrapposti e anteposti tanti altri nomi, essere divenuto addirittura il principale punto di riferimento? E nel definire Croce prima di tutto un “moralista”, Bobbio non si rispecchia ora, in qualche modo, in lui, vedendosi anch’egli tale?
L’ultima fase del pensiero di Bobbio, quella che si apre appunto nel 1979, non può perciò essere considerata di secondo ordine, sottostimata come sembra fare egli stesso. Dopo quella data, egli non può considerarsi un vecchio e stanco filosofo che cerca di salvare qualcosa di un mondo ideale, coincidente quasi con uno spazio geografico (la vecchia Torino sabauda pilastro fondamentale della solida cultura dell’Italia postunitaria), che, come intuisce con sempre maggiore chiarezza, tende a scomparire quasi evaporando. Egli non è dedito semplicemente a fare bilanci, ma, stante questa mia interpretazione, ha il coraggio al contrario di rivedere tante sue posizioni precedenti. E se partecipa sempre meno a convegni accademici, d’altra parte la sua attività pubblicistica ed editoriale cresce in modo esponenziale. Sono opere che, nella forma, possono ingannare: sembrano quasi saggi di circostanza, ma si presentano come tali perché la nuova visione del mondo e delle cose trova più adeguata espressione in essi che non nei tomi sistematici delle vecchie impalcature metafisiche. La storia poi vuole che, a partire dai primi anni Novanta, in Italia ci sia una rinascita del liberalismo che nei suoi esponenti, spesso neoconvertiti alla dottrina ma provenienti da altre sponde culturali, in primis e addirittura da quelle marxiste, assume spesso i tratti del vecchio liberalismo giusnaturalistico delle origini. Bobbio, spesso involontariamente, viene così a trovarsi al centro di aspre polemiche. I nuovi intellettuali emergenti, soprattutto da destra, lo accusano, insieme a tutto il milieu culturale dell’azionismo torinese, di “doppiopesismo”: partendo dal dogma dell’antifascismo, nel giudizio dato da Bobbio sui totalitarismi del secolo scorso ci sarebbe stata una evidente asimmetria a favore dei comunisti. Le cose, in verità, non stanno propriamente così. E, se non altre, andrebbero molto ben distinte le fasi storiche in cui si collocavano le posizioni crociane, nonché il lato teorico da quello pratico della questione. Giustamente, Dahrendorf, quando si è trattato di stilare un “catalogo” ragionato degli intellettuali che nel Novecento non hanno ceduto alle sirene né dell’uno né dell’altro totalitarismo, non ha avuto dubbi nell’inserire il nostro fra costoro, fra quelli che con efficacia ha chiamato “uomini erasmiani” . Ma il punto interessante, nel mio discorso, è soprattutto un altro. I neoliberali italiani, per accreditare la loro critica a Bobbio, hanno ripreso pari pari quelle a mio avviso insufficienti categorie del liberalismo giusnaturalistico che erano state del primo Bobbio e che il filosofo torinese, come si è visto, era andato progressivamente slargando e superando. E’ un processo evidente, questo, in Giuseppe Bedeschi, ad esempio. Nella sua Storia del liberalismo non c’è posto né per Gobetti e nemmeno, se non con molti, tanti, distinguo, per Croce, ma ciò avviene con un movimento di pensiero del tutto simile a quello che era stato proprio del Bobbio di Politica e cultura. Lo stesso pensiero liberale di Bobbio, che paradossalmente veniva ora criticato per non essere fino in fondo o non essere del tutto liberale, serviva come metro giudizio assunto nella vecchia versione giusnaturalistica e sostanzialistica .
Venendo invece ai peculiari punti di riconversione teoretica, vorrei poi prima di tutto osservare che l’elemento interessante è che, nella fase ultima o della maturità della sua attività, Bobbio riprende la trattazione di concetti e temi classici dell’illuminismo, verso i quali era stato sempre simpatetico, rivedendoli però e trasvalutandoli a partire dalla nuova sensibilità. Non li sconfessa e nemmeno accantona, ma li riconferma, riconfermando se stesso come grande pensatore neoilluminista, rendendoli però meno rigidi e meccanici, corroborandoli di sensibilità storica e di concretezza umana. Il che in buona sostanza viene a significare, nella nuova ottica raggiunta, che quei concetti, che si era prima tentato di chiarire e fondare a livello teorico, sono ora riconquistati e considerati a livello pratico. L’illuminismo, detto in altre parole, diventa innanzitutto un’esigenza morale, un compito per l’azione o un dovere, che in quanto tale non ha necessariamente bisogno di “fondazioni” teoriche forti o incontrovertibili, al di fuori dell’immanenza del processo storico. E’ noto che l’ultimo Bobbio amava dire che i diritti umani non vanno fondati ma promossi:
“Il problema che ci sta innanzi, infatti, non è filosofico ma giuridico, e in più largo senso politico. Non si tratta tanto di sapere quali e quanti sono questi diritti, quale sia la loro natura e il fondo fondamento, se siano diritti naturali o storici, assoluti o relativi, ma quale sia il modo più sicuro per garantirli, per impedire che nonostante le dichiarazioni solenni vengano continuamente violati” .
Questa posizione ultima di Bobbio è indicativa del fatto che tutto il discorso che lo aveva per tanti anni tenuto impegnato sulla “naturalità” dei diritti umani non viene certo ignorato, ma quasi passa in secondo piano rispetto ad un’esigenza più impellente, morale e politica al tempo stesso, di promozione e diffusione di una cultura in lato senso liberale nel mondo globalizzato. Lo stesso processo non si ferma però, in questo ultimo Bobbio, al concetto di “diritti umani”, ma si allarga a quelli di democrazia, cosmopolitismo, pacifismo, ed altri ancora: tutta questa fase è dedicata a questo tipo di revisione e rielaborazione . Lo stesso processo investe poi il concetto di laicità, che diventa quasi, a mio avviso, il nodo teorico centrale per capire fino in fondo l’ultimo Bobbio, la cifra o la chiave di volta per misurarne il senso e il peso specifico. Se dare, infatti, una curvatura etica o moralistica al suo pensiero ha significato insistere sulle virtù, queste ultime sono in prima istanze le virtù laiche.
“Le virtù del laico –scrive in De senectute- sono il rigore critico, il dubbio metodico, la moderazione, il non prevaricare, la tolleranza, il rispetto delle idee altrui, virtù mondane e civili” .
La laicità è non solo e non tanto una procedura, o un attributo delle istituzioni e in primis dello Stato. Essa è, in prima istanza, un insieme di virtù o di moventi valoriali positivi per l’azione di ogni singolo individuo. Virtù dell’uomo laico è poi quella mitezza, a cui Bobbio dedica un appassionato Elogio, definendola la virtù per eccellenza non politica
“opposte alla mitezza, come la intendo io, sono l’arroganza, la protervia, la prepotenza, che sono virtù o vizi, secondo le diverse interpretazioni, del’uomo politico. La mitezza non è una virtù politica, anzi è la più impolitica delle virtù. In un’accezione forte della politica, nell’accezione machiavelliana, o, per essere aggiornati, schmittiana, la mitezza è addirittura l’altra faccia della politica. Proprio per questo (sarà una deformazione professionale) mi interessa in modo particolare. Non si può coltivare la filosofia politica senza cercare di capire quello che c’è al di là della politica, senza addentrarsi, appunto, nella sfera del non-politico, senza stabilire i limiti fra il politico e il non politico. La politica non è tutto. L’idea che tutto sia politica è semplicemente mostruosa”.   
Anche per il concetto di laicità il movimento di pensiero di Bobbio è quello descritto: la rivisitazione e la riscrittura significa che quel concetto viene ora assunto tendenzialmente in senso formale e non materiale, tenendosi lontano da ogni ipostatizzazione contenutistica (come poteva essere la versione “anticlericale” ottocentesca) e conseguente applicazione meccanicistica. Un’ applicazione che finirebbe fatalmente per contraddirla trasformandola in una metafisica o un’ideologia uguale e contraria a quella che intende combattere. La laicità è concretamente spirito, un metodo e un sistema di idee già bello e compiuto. Lo spirito della laicità non può essere imbrigliato in contenuti particolari, ma va soppesato di volta in volta nel concreto della vita storica. La laicità che si “de spiritualizza” e diventa materia è laicismo. Bobbio da ultimo accetta la distinzione introdotta dai cattolici fra laicità e laicismo proprio per questi motivi, perché ritiene che abbia un valore euristico nonostante non sia supportata storicamente essendo da sempre stati usati i due termini in modo interscambiabile o sovrapponibile. La prospettiva del laicismo è affine a quella dei clericali che combatte: pur col segno cambiato, in modo speculare, essa è altrettanto ideologica, dogmatica, integralista e fondamentalista . Nell’importante saggio che si trova come postazione al Manifesto laico pubblicato come libro da Laterza nel 1999, ma che era stato prima un appello firmato da un nutrito stuolo di uomini di cultura o della società civile, un Bobbio lucidissimo e con uno sguardo forse più penetrante e lungimirante di quello dei suoi mancati sodali (fra cui allora, ahimé!, anche chi scrive), illustra con indubbia efficacia le motivazioni:
“Ciò che non mi è piaciuto nel Manifesto laico –scrive- è stato il tono battagliero usato dagli estensori del testo per difendere la propria tesi. Un linguaggio insolente, da vecchio anticlericalismo, irrispettoso, posso dirlo in una parola?, non laico, emotivo e umorale, che non si esprime attraverso argomenti e quindi sembra voler rifiutare ogni forma di dialogo…: ‘repugnante’ la tesi avversaria, ‘sfacciato’ il volerla rivendicare. Se la differenza fra credenti e non credenti si risolve, come io penso, nella distinzione tra l’uomo di ragione e l’uomo di fede per il quale la ragione è sottoposta alla fede, come è stato ancora recentemente e autorevolmente affermato nella enciclica Ratio et fides, il non credente deve dare al credente il buon esempio di usare esclusivamente argomenti razionali. Lasciamo gli anatemi a coloro che si ritengono ispirati da Dio”
E ancora:
“Per laicismo s’intende un atteggiamento di intransigente difesa dei pretesi valori laici contrapposti a quelli religiosi e di intolleranza verso le fedi e le istituzioni religiose…Il laicismo, che ha bisogno di armarsi e di organizzarsi, rischia di diventare una Chiesa contrapposta ad altre Chiese”
In conclusione, ribadisco: nell’ultimo Bobbio il liberalismo classico, politico e attento alla sfera istituzionale e giuridica, il positivismo di Locke dei giusnaturalisti, si slarga sempre più in una sorta di liberalismo etico e filosofico, fondato sullo spirito critico e il dubbio metodico, che non è nella sostanza lontano dal prima criticato liberalismo crociano. O, quanto meno, è un liberalismo che tiene in tensione costante i due approcci, etico e politico, o meglio li integra in una visione non conciliata e non armonica, conflittuale anche in senso epistemologico, che sembra più consona a una dottrina che voglia essere, finché, non ideologica e non metafisica. Dopo il tempo delle false certezze neoliberali e dell’ideologia liberista o del pensiero unico, recuperare la dimensione del dubbio e della pluralità conflittuale e non definitivamente ricomponibile delle entità e delle visioni del mondo, stando attenti a non sciogliere mai il filo della tensione che compone la dialettica storica (umana, vitale), credo che debba essere il compito prioritario dell’uomo liberale. E Bobbio, uomo del dubbio per eccellenza e non dispensatore per onestà intellettuale di false certezze a buon mercato, lascia in questo senso una forte eredità da far pesare nel dibattito e nel pensiero attuali.

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