Corrado Ocone
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Saggi e articoli
18 agosto 2013
Abbasso i moralisti, torniamo a Hobbes

Corrado Ocone - La Lettura/Corriere della sera

Bernard Williams (1929-2003) è stato uno dei maggiori filosofi inglesi del secolo scorso. Un pensatore che si è in qualche modo mosso controcorrente nella sua epoca, trovandosi ad insegnare in alcune delle università ove maggiore era la forza della filosofia analitica (Cambridge, California, Oxford). Di questo modo di filosofare egli fu critico implacabile ma documentato, ironico ma serio, originale ma stabilmente radicato nei problemi classici e nella storia della filosofia (di cui era fine conoscitore, soprattutto di quella greca). Per introdursi nel suo pensiero, per un lettore italiano che non lo conosca, è bene forse cominciare proprio da questo volume uscito postumo nel 2006 e opportunamente tradotto ora da Corrado Del Bo’. Come è per la più parte dei libri di Williams, anche in questo caso ci troviamo di fronte ad una raccolta di saggi, scritti in periodi diversi della sua attività. La forma saggio gli era congeniale perché egli, come spiega in più punti del volume, riteneva l’idea di sistema fallace in filosofia. Per lui l’oggetto di questa disciplina, che è poi il filo conduttore di questi saggi, è l’uomo nella sua più vasta e varia fenomenologia. La domanda cruciale sul “chi siamo” deve però essere svolta non in astratto, come accade nella filosofia analitica, ma a partire dai concreti problemi che la vita quotidiana, individuale e civile, ci pone innanzi. L’uomo è un essere che vive nella storia, situato, e quindi non può mai aspirare a porsi in una prospettiva sub specie aeternitatis. Né la filosofia può tenersi lontana da quella vita che assume ad oggetto, seguendo un ideale di purezza impossibile e anche inadatto al tipo di comprensione che essa può offrire: non è disciplina da laboratorio. Il filosofo dovrà avere anche una cognizione delle scienze, a cui deve lasciare con rispetto libero campo per lo svolgimento, ma come deve averlo per ogni altra attività umana. Ma egli, soprattutto, “deve sbarazzarsi delle illusioni scientiste”, provando a pensare se stesso come “parte di un’impresa umanistica più varia”. In questo senso, la filosofia deve avere un rapporto stretto con le questioni in lato senso politiche. Questo rapporto non può però svolgersi lungo le linee del normativismo (egli parla di “moralismo”) che accomuna il pensiero di Rawls, Dworkin o Habermas. Superando d’un tratto sia l’utilitarismo sia il contrattualismo, Williams recupera la classica lezione del realismo politico, soprattutto nella versione hobbesiana: il mondo umano va capito a partire dalle sue logiche immanenti; e la stessa moralità, che per lui coincide con l’idea liberale di tolleranza, se non vuole essere flatus vocis, deve inserirsi nei rapporti di forza esistenti. Proprio per il forte influsso, pur in una prospettiva liberale e pluralistica, di Hobbes, Salvatore Veca parla nella prefazione di un “liberalismo della paura”: per lui gli uomini possono farsi sempre tutto il bene, ma anche tutto il male possibile. Astrarre da questo elemento inficia anche le più elaborate “teorie della giustizia”. Forte in lui fu anche l’influsso di Nietzsche (soprattutto per il suo metodo “genealogico”) e, fra i suoi contemporanei, di Collingwood e Berlin. Quello di Williams è, in definitiva, un coerente e solido tentativo di ridare un ruolo nel nostro tempo alla filosofia, una disciplina i cui “poteri speciali implicano che ciò che dice è sempre non scontato”.

BERNARD WILLIAMS, La filosofia come disciplina umanistica, Feltrinelli, Milano 2013, pagine 270, euro 35,00.

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