Corrado Ocone
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Saggi e articoli
29 maggio 2013
Prefazione a: Pierre Rosanvallon, La società dell’uguaglianza (*)

Corrado Ocone - -

La societé des égaux, pubblicato in Francia nel settembre 2011, è l’ultimo volume di una trilogia dedicata dal politologo francese Pierre Rosanvallon alla democrazia (fa seguito a La Contre Démocratie e La Lègitimité democratique, usciti rispettivamente nel 2006 e nel 2008).
Al centro dell’analisi, che calibra in modo sapiente prospettiva storica e teorica, è un tema sensibile, ma anche un concetto quanto altri mai ambiguo: l’uguaglianza. Che per Rosanvallon, come per molti altri pensatori, è uno degli assi portanti di ogni sistema democratico. Oggi, da questo punto di vista si assisterebbe ad una sorta di paradosso, o meglio ad una asimmetria crescente fra democrazia come regime e democrazia come forma di società: da una parte aumentano i paesi formalmente democratici e le forme di partecipazione alle decisioni pubbliche (fossero pure quella della protesta e dell’antipolitica); dall’altra, crescono le diseguaglianza sociali e le differenze fra gli individui, sempre più atomizzati e meno capaci di fare comunità. Tutti gli studi e le rilevazioni segnalano il divaricarsi delle fortune fra pochi ricchissimi e i molti sempre più poveri o in via di impoverimento. Una situazione che, nel momento in cui dovesse generalizzarsi, potrebbe mettere in seria crisi la democrazia, la quale non può essere ridotta alla sua forma politica ma esige anche che gli individui si vivano come una “società degli eguali”, cioè di persone che condividono un terreno comune o non troppo differente di ambiti e possibilità.
Rosanvallon fa propria un’idea classica (si pensi al Bobbio di Destra e sinistra, che stranamente non cita mai nel suo libro): l’uguaglianza è il valore che contraddistingue la sinistra politica. Tanto che si potrebbe azzardare l’ipotesi che la crisi del concetto è la crisi di questa parte politica. Certo, egli dice, la sinistra può anche vincere le elezioni e svolgere il suo ruolo su un programma politico che si proponga di ridurre le diseguagluianze. Essa, tuttavia, non rappresenta più un mito positivo, “l’mmagine positiva di un mondo desiderabile”, una fede che sorregge e muove gli animi, qualcosa per cui valga la pena combattere e anche morire. In sostanza, “la sinistra ha perso ciò che aveva fatto storicamente la sua forza e la sua legittimità”, non avendo più nell’uguuaglianza “il motore di una intelligibilità e di una attivazione del mondo”. 
Inutile, girarci attorno. Il punto di snodo, che emerge poi ben chiaro nel libro man mano che si va avanti nella lettura, è rappresentato anche per Rosanvallon dal trionfo a livello globale, suppergiù negli ultimi trenta anni, del cosiddetto “neoliberismo”, cioè di un’ideologia prima che di una prassi politica. Con tutto il portato che è proprio dell’ideologia, che pervade le teste sedimentando idee e concetti in modo irriflesso. Un’interpretazione parziale della realtà, fondata sull’assiomatizzazione delle politiche di mercato, è diventata pertanto un dato di fatto, o meglio una verità acclarata e non più discutibile. Proprio la concezione del mondo che dovrebbe combattere per principio ogni dogma ha creato, dal suo interno, il feticcio del Mercato.
Ed è in questo orizzonte di senso che si è generato quel “paradosso di Boussuet”, come lo chiama Rosanvallon, per cui gli uomini deplorano oggi a parole ciò che contribuiscono nei fatti a perpetrare. In sostanza, vuole dirci il politologo francese, nella società contemporanea, almeno a livello di opinione pubblica e di classi dirigenti, sembra essere all’opera una sorta di schizofrenia: da una parte si segnala e contesta l’aumento delle diseguaglianze, dall’altra si persevera in politiche dettate da idee, come quelle della concorrenza e della meritocrazia, che alla fin dei conti non fanno che preservare e anche aumentare le differenze sociali.
Il problema diventa allora quello di formulare una Weltaanschaung di sinistra che possa opporre nuove idee guida a quelli in corso. Rosanvallon, che fra l’altro è stato sempre un liberale di sinistra o un liberalsocialista, sembra essere consapevole del fatto che queste idee guida non possono essere più quelle fondate sulla redistribuzione delle risorse da parte di uno Stato fondato sulla spesa pubblica. E’ però convinto che sia possibile opporre idee di comunità liberale all’individualismo consumistico che secondo lui pervade sempre più le nostre vite.
E’ a questo preciso punto del discorso che il progetto sotteso al lavoro di  Rosanvallon, nonostante la complessità dottrinaria e la forza superba dell’impianto teorico che lo sorregge, finisce per non convincermi. Per due ordini di motivi: da una parte perché la giusta contestazione dell’aumento delle diseguaglianze non sfocia in un elogio della borghesia intesa come classe media mobile e dinamica, motore vitale di una società libera; dall’altra, perché non sembra rendersi conto che più che immettere elementi di cultura socialista nella nostra società, il problema è forse oggi prima ancora quello di sviluppare senza contraddizioni l’ideale liberale. Credo, da liberale, che le nostre società continuino ad avere bisogno di più e non di meno competizione. Concorrenza non solo di merci e denari, ma anche di idee, opinioni, gusti e stili di vita. Abbiano cioè bisogno dello sviluppo di un pluralismo competitivo e regolato, non di monopoli e concentrazioni di potere (di ogni tipo, non solo economico). Né, ovviamente, di un pluralismo corporativo come quello che sta affossando l’Italia.
Ecco, il problema è forse proprio quello delle regole. E anche quello di autorità che abbiano la forza per farle rispettare. Queste autorità non possono essere, a mio avviso, solo di tipo nazionale e statale, ma anche globale. Il processo di “rinazionalizzazione della democrazia”, di cui Rosanvallon parla alla fine del suo libro, non è molto realistico. Né, forse, auspicabile. Oltre che in contraddizione, come ha giustamente rilevato Tommaso Visone nel recensire il libro sulla pagine di “Critica liberale” (numero del febbraio 2012), con la convinzione di Rosanvallon che bisogna guardare al futuro  e non ritornare semplicemente alle dinamiche del XIX secolo.
In sostanza, mai come in questo libro Rosanvallon si avvicina alle posizione del socialismo e persino di un soft comunitarismo. Potrà non piacere, come al sottoscritto, questo allontanamento dal cuore del liberalismo, ma va dato atto all’autore di essersi saputo ancora una volta porre al centro del dibattito intellettuale. Offrendoci elementi importanti per la costruzione di una nuova cultura politica, di cui soprattutto qui in Italia si sente ormai forte mancanza.
(*) Castelvecchi, pagine 382, euro 25

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