Corrado Ocone
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Saggi e articoli
26 agosto 2012
Ci aiuterà (forse) una risata

Corrado Ocone - Corriere della sera/La Lettura

Quando nel 1711 i medici gli consigliarono di vivere in un posto con un clima migliore, Antony Ashley Cooper, terzo conte di Shaftesbury, non ebbe dubbi e scelse Napoli. Secondo lui, infatti, un filo sottile legava la città partenopea alla sua patria inglese: la capacità di praticare la sottile arte dell’ironia, che egli riteneva essere una forma di conoscenza per certi versi superiore a quella razionalistica a cui facevano riferimento i primi illuministi. In particolare, nella lettera sull’entusiasmo del 1707, Shaftesbury aveva opposto le due virtù dell’ironia e dell’entusiasmo in modo radicale. Laddove l’uomo entusiasta (etimologicamente “posseduto da Dio”) è tendenzialmente autoritario, l’uomo ironico  è  tollerante e aperto alle novità “Sono convinto –  è  scritto nella lettera sull’entusiasmo- che l’unico metodo per salvaguardare il buon senso degli uomini e tener desto lo spirito, sia lasciarlo libero. Ma lo spirito non è mai libero dove  è  soppressa la libera ironia; contro le stravaganze corrucciate e contro gli umori malinconici non esiste infatti rimedio migliore di questo”. L’ironia presuppone un distacco che permette di vedere la realtà da un punto di vista meno schematico e quindi più oggettivo. L’ironia non va concepita come una modalità volta a distruggere ogni tesi da un punto di vista relativistico, ma come una strategia che la stessa ragione adotta per evitare che le sue acquisizioni perdano il contatto con la realtà e diventino fisse e immutabili.
Che il tema dell’ironia sia oggi ritornato in primo piano lo attestano varie pubblicazioni. E si può spiegare con l’empasse in cui si  è  trovata la filosofia analitica negi ultimi anni. L’anno scorso ha avuto molta visibilità un libro del filosofo americano Jonathan Lear, pubblicato da Harvard University Press “A case of irony”:  il libro, centrato su Kierkergaard, Platone e Lear in conversazione con  tre filosofi (Diamond, Korsgaard and Moran) e uno psicanalista (Paul),  analizza il ruolo che l’ironia ha, tra l’altro, anche in politica. Il tema  è  stato ulteriolmente sviluppato in un colloquio multimediale (riportato sul web della casa editrice) tra Lear e  McIntyre, noto teorico del neoaristotelismo. Una delle ragioni che ha spinto Lear a riprendere in mano il tema nasce da una preoccupazione di Joan Didion che definisce gli Stati Uniti di Obama come una società priva di ironia.  In effetti, la politica americana  è  cambiata profondamente negli ultimi anni e non sembra dar spazio all’ironia; la figura classica del conservatore, nata in Gran Bretagna nel 18mo secolo, e poi assunta dai coloni americani, sembra essere in crisi soprattutto negli Stati Uniti: lo stesso partito repubblicano tende sempre più a dar credito a voci populistiche e radicali. Dall’altra parte, la politica dei diritti di Obama presuppone una certa dose di radicalità che non può dare, per principio, spazio a quegli scarti nella realtà nel cui spazio si muove  l’ironia. D’altronde, già una decina di anni fa,  nel contesto della filosofia statunitense postanalitica, Rorty aveva proposo come modello per i nostri tempi la figura dell’ironico liberale. Preso atto, egli diceva, che i valori liberali sono la maggiore conquista dell’umanità, e quelli piu adatti a gestitre anche il confronto tra le civiltà di questa nostra epoca di integrazione tra le culture,  è  altresi necessario che essi non vengano presi troppo sul serio da chi se ne fa portatore. Essi devono, in altre parole, sempre tener conto delle situazioni, della storia, della “contingenza” in linguaggio rortiano. Ad esempio, imporre i diritti umani attraverso le cosiddette “guerre umanitarie” fa parte di quell’ arrogante sicurezza che le società liberali possono a volte avere e da cui un liberalismo condito di ironia deve mettersi in guardia.
E' importante comunque notare che l'ironia, come afferma McIntyre, puo' anche essere usata in maniera sbagliata, nel qual caso puo' svalutare la verita' e l'umilta'; risulta quindi importante capirla appieno e assimilarne l'essenza se si vuole essere certi di non usarla in maniera inappropriata divenendo il nemico della verita' e il servo dell'arroganza. L'arroganza, infatti, risulta quando l'ironia viene confusa col sarcasmo; confusione in cui si puo' facilmente incorrere se l'ironia e' esercitata da spiriti forti che usano il sarcasmo, come Marx, per distruggere i propri avversari. In questo caso, al tono leggero della frase, si sostituisce l'uso sprezzante delle parole. La migliore verifica si ha attraverso la capacita' che gli spiriti veramente ironici posseggono di praticare l'ironia su se stessi, la cosiddetta self-irony di cui tanto ha discettato Isaiah Berlin, giudicandola un momento importante nella costruzione dell'identita' personale.

Tra i tanti altri libri sul tema usciti recentemente possiamo segnalare, “Irony in the work of philosophy” di Claire Colebrook, “Reading Kierkergaard from irony to edification” di Michael Strawser, “The words of selves: identification, solidarity, irony” di Denise Riley, “Richard Rorty: liberalism, irony, and the end of philosophy “ di Neil Gascoigne.
In Italia è stata pubblicata da poco, per i tipi di Raffaello Cortina editore, una biografia intitolata: Hannah Arendt: un ritratto controcorrente. In essa l’autrice, Marie Luise Knott, assegna  all’ironia un ruolo centrale nella costruzione del pensiero dell’autrice della Banalita’ del male: lo stesso atteggiamento di sottile e decisa presa in giro degli stessi giudici israeliani, che le costo’ non pochi problemi, e’ ascrivibile ad una modalita’ di comprensione che tendeva a mettere in luce il lato di nonsense che e’ spesso nella politica. Ad esso l’ironia piu’ attingere con piu’ facilita’ del pensiero raziocinante.

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