Corrado Ocone
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Saggi e articoli
15 aprile 2012
Liberali o socialisti, l’alternativa dei moderni

Corrado Ocone - Reset, numero 129, gennaio/febbraio 2012, pp.97-98

E’ una lunga cavalcata nella storia della modernità, vista dall’angolo prospettico delle grandi idee e culture politiche che l’hanno mossa e ne sono state spesso modificate. Esse sono soprattutto due per Ercolani: la liberale e la socialista e giacobina (con la quale in qualche modo viene fatta coincidere, almeno per un lungo lasso di tempo, la tradizione marxista). E’ un postulato che si mostra euristicamente fecondo, ma non fino in fondo. Probabilmente l’insoddisfazione concettuale che, in chi legge, lascia un’opera seriamente pensata e profonda come questa -così meritoria nello smascherare i luoghi comuni del mezzi pensieri dominanti oggi (a destra come a sinistra) - dipende proprio dall’assunto di base. Ercolani critica giustamente il pensiero schematicamente dicotomico di un Hayek, ma forse piuttosto che ad una civiltà occidentale risultato della sintesi delle due suddette tradizioni (per quanto la liberale, ammette onestamente l’autore, è quella che alla fine ha maggiormente trionfato), bisognava pensare ad una diversamente atteggiata griglia di possibilità in campo. Ad un certo punto, verso la conclusione del suo lungo percorso, l’autore fa, quasi di sfuggita, un’affermazione che è forse la chiave di volta per capire il senso del mio discorso: la tradizione liberale, scrive, “si è mostrata più duttile e capace di accogliere istanze esterne, di prevalere non senza abbandonare importanti capisaldi originari” (p. 449). A questo punto, ad Ercolani sarebbe dovuto venire un dubbio: non è che il liberalismo non è confrontabile con socialismo, giacobinismo e marxismo perché opera su un piano diverso? In altre parole: il momento o principio liberale, per come vedo io le cose, è un metodo che può informare di sé, seppure ovviamente in modo mai perfetto, ogni ideologia politica. Il rapporto, voglio dire, non è fra due “contenuti”, ma fra una materia (che può essere a volta a volta più o meno socialista, liberale, conservatrice) e una forma, che può essere caratterizzata dal metodo liberale o dal suo contrario. Il liberalismo vive nella storia in un senso diverso dalle altre dottrine: deve necessariamente e continuamente ridefinirsi.
Adottata questa griglia interpretativa, alcune delle importanti acquisizioni di Ercolani si chiariscono meglio e assumono nuova luce. Fra le tante appropriatissime citazioni, egli riporta ad un certo punto il passo in cui Galilei afferma che in molti ragionano a partire da pregiudizi che non mettono in gioco nella realtà. Bene, uno di questi pregiudizi, a mio modo di vedere, è, per chi vuole affrontare teoreticamente il tema, quello di ragionare, in maniera magari inconsapevole, seconda la distinzione empirica (ed oggi un po’ fuorviante) destra-sinistra. Molti “di sinistra” approveranno le pagine in cui Ercolani mostra come Hayek non possa essere considerato un liberale perché troveranno in esse conferma del carattere conservatore del pensiero e della personalità dell’austriaco. Ma per un filosofo non è affatto questo il punto. La questione, come questo libro fa capire magnificamente, è che Hayek non è un liberale perché ha un concetto “fissistico” di ciò che liberale è: fa cioè del liberalismo un contenuto e non una forma. La sua “idolatria escatologica” (p. 493), la sua ossessione metafisica per l’Ordine spontaneo e autoregolantesi, segna il ritorno ad una concezione protoliberale, tipica degli albori della modernità: una concezione essenzialistica, soggettivistica e proprietaria del liberalismo. Tuttavia, ciò che era allora comprensibile e giustificabile, ora non lo è più. Il fatto è che, ad un certo punto, c’è stato qualcosa, che Ercolani ha il merito di portare all’attenzione sin dalle prime pagine del suo libro: la chiara elaborazione, da parte di Hegel, della logica dialettica. A cui bisogna aggiungere, nel medesimo torno di tempo, la “scoperta” della storia (l’Ottocento, ha scritto Ranke, è stato il “secolo della storia”). In questo senso, va osservato che Tocqueville è forse il vero discrimine di un modo nuovo di concepire il liberalismo in teoria (l’autore di questo libro insiste invece sulle politiche di interventismo in economia iniziate intorno al 1870). Il francese non è troppo in simpatia ad Ercolani, ma non avrebbe sfigurato se fosse stato considerato di più anche in queste pagine. Il fatto è che qui si sente un residuo di quella confusione metodologica del piano delle idee con quello dei fatti che è il lascito intellettuale discutibilissimo del suo Maestro Losurdo. L’enfasi eccessiva messa sul pensiero di Gramsci, che ovviamente è stato grande e non è riducibile alla critica della vulgata neoliberale, né una ulteriore prova. Certo, Ercolani non sottace gli esiti illiberali di esso, ma non coglie il punto della mancata distinzione gramsciana fra pensiero e azione come pericolosa e illiberale. La filosofia non deve ripromettersi di cambiare il mondo: se ben lo comprende, ha già in qualche modo per la sua parte contribuito a farlo.
Altro merito del libro è di avere scisso nettamente le posizioni di Hayek da quelle di Popper, il cui falsificazionismo è una sorta di storicismo (nel senso vero della parola non nel suo). Fatto sta che in Popper permangono elementi di schematismo e naturalismo che lo portano, fra l’altro, a interpretare in modo direi parodistico filosofie come quelle di Platone, Marx e soprattutto Hegel.
Inessenziale, in quanto nulla toglie e nulla aggiunge, la breve presentazione al testo di Luciano Canfora. Ricca e utile la bibliografia.

Recensione a: PAOLO ERCOLANI, La storia infinita. Marx, il liberalismo e la maledizione di Nietzsche, La scuola di Pitagora, Napoli 2011, pagine 497, euro 25,00.

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